Quanto conta la professionalità dello psicoterapeuta

All’interno del dibattito sulla formazione, il mio interesse da psicologa è rivolto ad esplorare l’area di confine esistente tra il cognitivo e l’esperenziale.

Penso che sia importante collegare l’esperire con il sapere, il fare con l’essere, e che l’essere psicologo rimanda ad un processo di cambiamento per una personale evoluzione.


La scelta delle stategie per essere un buon psicologo dev’essere in sintonia con ciò che comprendiamo e sentiamo.

Uno psicologo – psicoterapeuta ad indirizzo sistemico relazionale definisce coerenza strategica, la metodologia capace di lavorare contemporaneamente sul fronte terapeutico e su quello personale nel senso evolutivo.

Psicologo inteso come contenitore, attivatore e garante del processo di cambiamento da parte del paziente.

In un percorso terapeutico sin dall’inizio si instaura tra lo psicologo e il paziente una sorta di gioco relazionale, con lo scopo di indurre a migliorare la conoscenza di sè e promuovere l’identità dell’altro.

Queste letture relazionali possono essere suffragate da episodi significativi della vita del paziente, fungendo da tessuto connettivo dove potere riorganizzare il prima e il dopo di ciascuna esperienza, dove lo psicologo potrà sostenere i cambiamenti, ma anche minare le eccessive nuove certezze.

Formazione, professionalità ed esperienza rimandano sempre e necessariamente ad una capacità trasformativa dello  psicologo stesso per la riuscita di un percorso psicoterapeutico.

Come nella terapia, in cui il terapeuta non dovrebbe mai perdere se stesso come punto di riferimento, così un paziente non dovrebbe mai escludersi nell’analisi del processo di cura, essendo egli stesso di un’integrazione del suo modello con le sue personali istanze emozionali. Se è vero che lo psicologo è credibile se saprà condurre per mano il paziente nel suo cammino verso la cura, è anche vero che una maggiore flessibilità della regole  e della struttura stessa del contesto, può aiutare sia lo psicologo che il paziente ad accelerare questo processo di cambiamento.


Potrei allora affermare che qualche volta può risultare di grande aiuto“trasformare” per “trasformarsi”. Resta pur tuttavia importante riflettere fino a che punto è possibile dilatare i confini del setting, restando fedeli al progetto terapeutico e coerenti con le sue finalità.

Allargare i confini di un setting non vuol dire necessariamente  andare lontano, nè tantomeno per realizzare ciò è sufficiente abbandonare la stanza di terapia, penso che sia importante guardare la realtà con occhi diversi.


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